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    INTRODUZIONE A "FILOSOFIA E RELIGIONE IN GIORDANO BRUNO"

    A ragione Bruno può essere definito il grande filosofo martire non solo della nostra Rinascenza ma anche di quella europea.

    Quando Giovanni Gentile si ricollegava senza alcuna ombra di dubbio a Bertrando spaventa e alla sua valorizzazione del Rinascimento, sia nei confronti della scolastica che nei confronti della filosofia europea del ‘600, lo faceva per sottolineare il ruolo del pensiero bruniano nel Rinascimento italiano e della centralità di esso nel panorama culturale dell’Europa di quel tempo.

    In tal senso è però corretto rilevare come Gentile proprio su questi argomenti ebbe un lungo confronto con un altro grande studioso di questioni bruniane, Felice Tocco; Giovanni gentile lavorò a lungo tra il 1907 e il 1908 proprio sui Dialoghi Bruniani, circostanziandoli fra l’altro di notizie a proposito della vita del nolano.

    Sarà proprio con il Tocco e con Rodolfo Mondolfo che il Gentile discuterà a lungo a proposito dell’arduo problema dell’unità del pensiero bruniano, dei suoi molteplici intrecci dei temi e degli sviluppi, nonché della varietà delle fonti, classiche, medievali e contemporanee, manifestando così una profonda insoddisfazione rispetto ad alcune tesi a volte estrinseche e ingiustificate.

    Gentile mostrò, dunque, di aver ben compreso la lezione filologica proposta dal tocco, volta a proiettare la filosofia del Rinascimento fuori dalle formule astratte in cui rischiava, a volte, di cadere la tradizione risorgimentale spaventiana,

    Infatti, stando a questa tradizione, vi è un privilegiare di Bruno “martire” della liberazione del pensiero umano, ma non molto di più; in realtà lo sforzo della storiografia post-risorgimentale è stato quello di una comprensione più profonda

    Delle radici delle filosofie naturalistiche di Bruno e Campanella.

    Il platonismo rinascimentale, figlio dell’Umanesimo, e di cui Bruno è un grande interprete, dice il Gentile, ha permesso la produzione delle grandi sintesi di Spinoza e di Leibniz; tale platonismo ha avuto il compito di far voltare le spalle al Medioevo, dando luogo ad un nuovo orizzonte decisamente più ampio, dove si è passati dalla divinità della natura all’intrinseca divinità dell’uomo, inculcando perciò in costui il sentimento della sua potenza, dell’infinito che è in grado di raccogliere nel “petto” dell’uomo, l’identità sostanziale della sua anima con l’anima e con la vita del tutto.

    In un certo senso il filosofo siciliano non fece altro che dare corpo, nelle sue analisi, a proposito del Rinascimento, al programma del fiorentino, completandone anche il disegno presente in una sua opera incompiuta, ricordata dallo stesso Cassirer nella sua opera “Individuo e cosmo nella filosofia del Rinascimento”, dove importanti appaiono le riflessioni a proposito delle fonti cusaniane da una parte, di un certo averroismo latino e poi il fondamentale ruolo assunto da Petrarca nella sua costante polemica nei confronti della logica e della filosofia della natura di matrice aristotelica che si stavano affermando in quel tempo.

    Il percorso Prosegue da Petrarca a Pomponazzi, da Cusano a Ficino, a Egidio da Viterbo, per poi correre a ritroso, fino a Platone, Plotino e Proclo, alla ripresa della teologia poetica e della prisca teologia, alla valorizzazione dell’ermetismo bruniano, alla trasfigurazione tematica della dialettica microcosmo-macrocosmo.

    Ma, a parte questa dovuta digressione a proposito della interessante lettura bruniana proposta da Giovanni Gentile, credo sia giusto spiegare il perché del titolo dell’opera.

    L’incipit testuale, “Filosofia e rivoluzione in Giordano Bruno” è stato proposto proprio a fronte di una tradizione che spesso ha tramandato la sua fine, il Martirio, piuttosto che la forza e la potenza della liberazione presente nel suo pensiero. Tale tradizione collocava Bruno in una nicchia, quello del martire della grande chiusura data dalla chiesa cattolica, anche in conseguenza della Riforma Protestante di Martin Lutero, a fronte della ricchezza della Rinascenza italiana ed europea, di cui il nolano era certamente il grande interprete.

    Il pensiero bruniano però va oltre questa consolidata interpretazione e collocazione; in Bruno, infatti, c’è ben altro: la critica al pensiero scolastica medievale ed anche al pensiero del Seicento europeo, teso a stabilire i grandi blocchi concettuali funzionali alla società borghese.

    Si riscontra dunque, da parte del Bruno, quasi una rottura del tempo cronologico, una dilatazione temporale, Jetz, in nome di una proposta teoretica-politica di liberazione che lo collega alla grande proposta della “libertà comunista”.

    Questa è la ragione del titolo della presente opera, “Filosofia e rivoluzione”, che vuole esaminare alcuni nodi fondamentali della rivoluzionaria proposta filosofica di Giordano Bruno.

    La presente ricerca, che ha un chiaro intento divulgativo, ha cercato di ripercorrere in modo rapido e succinto i temi centrali del pensiero del nolano, e si pone quindi come momento di riflessione aperto ad un successivo approfondimento.

    Ovviamente resta la consapevolezza di non aver esaurito tutta la complessità insita nel pensiero bruniano, ma, ciononostante, si è voluta offrire l’esplorazione e la lettura di un grande classico che “classico non era”, per un nuovo approccio alla sterminata e stratificata proposta filosofica contenura nell’opera di Giordano Bruno.

     

     

    Cosimo Cerardi